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Tra i due ci sarà una relazione, ma Nick riuscirà anche a scoprire il colpevole. Il film comincia come Matador di Almodovar ma finisce in una sequela di banalità narrate da una grande fotografia e da buon professionismo. Indubbio il fascino della Stone.

Ma del resto, Lizzani l’ha sempre dichiarato, per lui il cinema è un’arte di fatti e di uomini e, proprio secondo questo principio, le sue opere nascono dalla ricerca di una verità oggettiva, “storica”, nella realtà della cronaca.Proveniente dalla critica cinematografica, fin da giovane infatti lavora nella redazione di riviste come “Cinema” e “Bianco e Nero”, muove i suoi primi attivi passi nella settima arte come sceneggiatore di Aldo Vergano per la pellicola Il sole sorge ancora (1946) con Massimo Serato, Lea Padovani, Vittorio Duse, Gillo Pontecorvo e Giuseppe De Santis. E sarà proprio l’incontro con ques’tultimo che lo avvicinerà ai temi del neorealismo impegnato. De Santis lo imporrà, infatti, come suo sceneggiatore e soggettista di fiducia per pellicole come: Caccia tragica (1947), Riso amaro (1949) con la giunonica Silvana Mangano e il furbastro Vittorio Gassman che gli varrà una nomination all’Oscar per la miglior sceneggiatura e Non c’è pace tra gli ulivi (1950).Sentendosi particolarmente coinvolto nel mestiere del regista decide di tentate anche lui quella strada, firmando la sua opera prima: il documentario Viaggio al Sud (1949), il primo di molti altri.

MOSCOW So, you may have heard there is no team from the United States at this World Cup. This is true. Everyone knows it, too, which doesn’t help with the sting. Ma il film non è Pretty Woman e racconta anche di una grande rinuncia, forse la più dolorosa. Racconta della rinascita di un uomo attraverso la terapia dell’amore, dell’ascolto e del pianto. Tom Wingo, cresciuto nella violenza e nel rancore, con una madre più attenta a posizionarsi nella scala sociale piuttosto che crescere i figli ed un padre maschilista e sadico, riesce a ritrovarsi, ad ottenere una seconda vita , grazie all’incontro con una psicanalista della Grande Mela.

Espiloy and Enrique B. Espiloy, Jr. 13. Andrew Beckett (Hanks), giovane e brillante avvocato di Filadelfia, viene licenziato dall’importante studio per cui lavora, perché malato di Aids. Con molte difficoltà trova un avvocato di colore, Joe Miller (Washington), che lo rappresenti nella causa che intenta al suo ex studio. Andrew è convinto di aver subito una discriminazione ingiusta e crudele.

L’ottava pellicola di Wes Anderson è una commedia eccentrica, veloce ed elegante; esempio di grande cinema, fantasioso e inusuale, raffinato e intelligente; formalmente e stilisticamente curato con rigorosa e geometrica precisione, energia e competenza. Quest’ultima sua fatica non è da meno rispetto alle sue precedenti e mirabili opere: ogni elemento del film s’integra efficacemente, dando vita ad un risultato brillante e affascinante.Vincitore del Gran Premio della Giuria a Berlino ’14, “Grand Budapest Hotel” ha la sua forza e il suo motivo di interesse nel ritmo indiavolato, pieno di gag surreali e omaggi ad un certo cinema d’epoca, dal Chaplin de “Il grande dittatore”, alle sofisticate commedie di Lubitsch e Wilder, o ai film di Mamoulian e Goulding; oltre che a stilemi tecnici tipici del passato (nonostante è ripreso in digitale celebra la pratica, anche datata, dell’analogico: vedi i formati di ripresa dei film muti). Lo spettatore è continuamente coinvolto in quest’universo tipicamente Andersiano, eccentrico e antinaturale (frontalità dei corpi nell’inquadratura, traiettoria pulita delle carrellate, resa buffa delle azioni), oltre che travolto da una vicenda intrigante e avvincente, colma di colpi di scena, inseguimenti e intrecci gialli, trovate surreali e ironie venate di una certa crudeltà.

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